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Marina

Marina Lambrini Diamandis[4], nota anche con lo pseudonimo di MARINA (in greco: Μαρίνα Λαμπρινή Διαμάντη; Brynmawr, 10 ottobre 1985[1]), è una cantante, compositrice e tastierista britannica.
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2021-06-15

L’evoluzione artistica e personale di MARINA

Forse è meglio continuare a chiamarla Marina & The Diamonds, nome con cui l’abbiamo tutti conosciuta per diversi anni, sin dall’inizio della sua carriera musicale. In effetti, la riduzione a MARINA (in caratteri maiuscoli) è stata spiazzante: poteva per lo meno lasciarci il conforto di Diamandis, che è il suo vero cognome e avrebbe significato una cesura meno violenta. Una separazione che va tuttavia molto oltre alla mera semplificazione del nome d’arte, frutto di una maturazione tanto personale quanto artistica. Che si è finalmente materializzata in un disco, uscito l’11 di questo mese.
Ma andiamo per gradi e partiamo dall’inizio: Marina esordisce nel 2007 su Myspace con un EP, che la porta in due anni a pubblicarne un altro, questa volta con un’etichetta. Il titolo è The Crown Jewels, che volendo andare di fretta ci porta al suo album di debutto, The Family Jewels, che sempre di gioielli tratta nel titolo. In realtà qui non si vuole andare di fretta, ma per poter dedicare più spazio alle successive tracce più significative, si segnala solo Seventeen, che parla di un’età di dispersione e confine, i 17 appunto.
Si è detto di un’ossessione (Obsessions è la sesta traccia di The Family Jewels) per i gioielli, l’opulenza, la fama (Hollywood ne è la settima), per l’idea tossica di dover dare sempre il massimo (I am not a robot, la terza), per l’alcool (Shampain la seconda) e, in sostanza, l’apparenza. Tutto questo le porta a chiedersi, in apertura di disco: Are you satisfied with an average life?, che possiamo più o meno tradurre come Sei soddisfatta di una vita mediocre?.
La risposta, retorica quanto la domanda, la possiamo ipotizzare usando un altro titolo Oh No! No, Marina, come tutti noi, cerca altro, vuole andare oltre. Come lo fa? Con l’album che l’ha consacrata a Teen Idle, ossia Electra Heart. Più che un album è uno State of Dreaming, composto da tutta una visuale, una musicalità, molti sentimenti. Primo fra tutti quello, già conosciuto di inadeguatezza (Homewrecker), che cerca di essere soppresso con il protagonismo (Starring role e Primadonna). Hypocrates per l’ipocrisia che questa posizione di rilievo comporta. E poi due sentimenti uguali e contrari in Fear and Loathing (Paura e disgusto, la dodicesima traccia) e Power & Control (Potere e controllo, la settima).
Questa fase si è conclusa con la cancellazione del tatuaggio a forma di cuore sulla guancia sinistra e per fortuna Electra Heart non è diventato il suo appellativo artistico, come invece in molti volevano. Il cambio però c’è stato, quindi via & The Diamonds.
In mezzo due album di sperimentazione e ricerca, ossia Froot e Love + Fear, annunciato dall’artista in questo modo: Ho creato Love + Fear come due CD separati da ascoltare individualmente. Molti di noi pensano all’amore come qualcosa di positivo e alla paura come negativa ma la verità è che ci sono caratteri positivi nella paura e caratteri negativi nell’amore. Una delle cose in cui ho avuto difficoltà nel passato è stata lasciare che la paura si intromettesse nell’amore.
E finalmente arriviamo all’ultimo disco, in cui ha trovato davvero una, o più, cause di vita. Ancient Dreams In A Modern Land, sogni antichi in una terra moderna è stato preceduto da tre tracce molto importanti e significative. Per prima Man’s World, un manifesto femminista in cui acclama: Burnt me at the stake, you thought I was a witch / centuries ago, now you just call me a bitch ossia Mi hai bruciato sul rogo, pensavi fossi una strega secoli fa, ora mi chiami solo puttana. Il secondo brano di preparazione all’album è stato Purge the poison, un manifesto contemporaneo e pacifista: Need to purge the poison, show us our humanity / all the bad and good, racism and misogyny / Nothing’s hidden anymore, capitalism made us poor / God, forgive America for every single war, ossia Il bisogno di purgare il veleno e mostrarci la nostra umanità, tutto il buono e il cattivo, il razzismo e la misoginia, nulla è più nascosto, il capitalismo ci ha reso poveri, Dio perdoni l’America per ogni singola guerra. Il terzo gradino prima del long-playing è stata Venus Fly Trap, da lei stessa descritta come una celebrazione di affermazione personale, confidenza e gioia che vengono dall’essere liberi.
I suoni sono i suoi, ma tutti quelli che abbiamo conosciuto fino a ora, segno che le prove intermedie le sono servite. Non è cambiata neanche la sensibilità post-Electra Heart e la forza dei sentimenti, che però si sono fatti più distesi, come dimostra Higly Emotional People. Riconoscibilissima è sempre la sua voce, capace di vocalizzi quasi angelici come nella calma ipnotica di Flowers, che accompagna verso l’ultimo pezzo, Goodbye, un addio accompagnato da archi. Come prima si era allontanata da ciò che è superficiale per ricercare qui la semplicità primordiale di una società arcaica, ci saluta ora con un arrivederci alla ragazza che sono stata, alla ragazza che ero. Quale migliore conclusione di un percorso di crescita che ci ha voluto regalare se non questo?
Tag: MARINA, recensione, nuova uscita, electro pop
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DISCOGRAFIA
2009: ''The Family Jewels''
2012: ''Electra Heart''
2014: ''Froot''
2019: ''Love + Fear'' ascolta album intero

MARINA: NEXT EVENTS

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