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Alle origini dello ska

Da Kingston al Tenessee con pochi strumenti addosso, ma con una idea e le loro potenti voci. Pronti per inventare e diffondere un nuovo genere: lo ska!
Ultimi gruppi aggiunti alla playlist: The Skatalites, Derrick Morgan, Desmond Dekker, The Specials, Millie Small
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2020-10-04

Skinhead, ritorno alle origini.

Chi abbia avuto occasione di vedere il film Quadrophenia, si ricorderà di certo di quei giovani bellocci vestiti con abiti cuciti su misura, parka verde militare, vespa personalizzata e taglio di capelli alla college boy.
Ebbene, quello era il mondo dei mods e dei rockers, ma non è esattamente questa la storia che voglio raccontarvi. Vorrei parlarvi piuttosto, partendo dai mods, del cambiamento sub-culturale avvenuto in seguito all’indipendenza della Giamaica nel 1962, quando un’onda esotica sbarcò in Inghilterra e gettò il seme di una nuova trasformazione tra le classi operaie.
Mentre alcuni dei vecchi mods di estrazione sociale medio-agiata s’inclinarono verso il pacifismo mistico del movimento Hippie incorporando ai loro gusti soprattutto il rock psichedelico, altri, figli di una generazione di lavoratori, si sentirà fortemente attratta dallo ska e dal primitivo rocksteady diffuso dai rude boys giamaicani. I cosiddetti primi hard-mods, lasciarono alle spalle lo stile chic e ordinato dei loro antenati, privilegiando un vestiario più pratico che ricalcasse con orgoglio l’appartenenza alla working class: jeans, bretelle, stivali pesanti stile Dr. Martens e taglio di capelli cortissimo, meno dispendioso in termini di denaro e tempo di piega.
Nel’69 il loro look diventò ancora più estremo con una rasatura praticamente a pelle che li portò ad essere definitivamente conosciuti come Skinheads.
Nonostante l’attitudine indubbiamente aggressiva e riottosa che li caratterizzava, quasi certamente originata dal culto della disciplina e del duro lavoro, erano tuttavia parecchio distanti da quell’immagine mediatica arricchita di simbolismo neo-nazista. Basti pensare al tipico tatuaggio della ragnatela, a significare nient’altro che l’atto del bere e il non riuscire a schiodare i gomiti dal bancone del bar.
Si trattava dunque di una categoria agli esordi apolitica, completamente ignara di sentimento razzista considerando il fatto che con la classe giamaicana condivideva gli stessi ambienti (tra cui quello lavorativo), la stessa musica e lo stesso stile di vita.
Sarà alla fine degli anni’70 che lo Street Punk, i cui i temi sociali si contrapponevano alla commercializzazione del punk-rock criticata da alcuni skinheads, verrà ribattezzato con l’acronimo Oi! dal giornalista Garry Busher, riferendosi al suono guturale Hey you! che il vocalista dei Cockney Rejects era solito introdurre nei suoi concerti tra una canzone e l’altra.
La sterzata verso un sentimento xenofobo si ebbe quando alcune formazioni ultra-nazionaliste come il British Movement e il National Front cominciarono a vedere nella predisposizione irruente degli skinheads delle reclute ideali.
Ian Stuart, cantante degli Screwdriver fu il primo affiliato al Nacional Front e il primo ad inserire argomenti razzisti nelle sue canzoni, questo fece sì che altre band Oi! si avvicinassero alle ideologie di estrema destra.
In risposta, altri gruppi iniziarono a rivendicare le origini e la vera natura del movimento, come ad esempio, The Oppressed, fortemente antifascista e antirazzista, The Burial e Angelic Upstarts.

“Nessuno Skinhead veramente tale è razzista. È stata la cultura giamaicana mischiata a quella della working class britannica a fare dello Skinhead ciò che è.”

Roddy Moreno - The Oppressed-
Tag: cultura ska, oi! punk, rude boys, giamaica, skinheads
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