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Nu jazz

Il jazz si toglie il vestito buono e si mette a giocare con le sonorità della musica elettronica. Le usa, si lascia contaminare e si tuffa nelle possibilità compositive dei nuovi strumenti. Il loop sincopato e la cassa dritta, il sax con un riverbero elettronico, concerti di brevi interplay che compongono sinfonie ampie e complesse e sfruttano la versatilità del futuro musicale. Secondo, quinto, primo, la cadenza non cambia mai nel profondo, ma si nasconde sotto strati di tracce digitali e campioni sempre più audaci. Inseguili sullo spartito, prendi uno strumento e improvvisa, questa é l’essenza del nu jazz. Un genere musicale che nasce dalla fusione di musica jazz ed elettronica, la jazztronica, una miscela contemporanea, virtuosa e soft, da St. German ai Koop, ai Cinematic Orchestra.

Il suono innovativo di Nu Jazz: le migliori canzoni da ascoltare
Se sei un amante della musica, non puoi non conoscere il genere Nu Jazz: esso rappresenta uno dei più importanti movimenti musicali contemporanei. Se ti stai chiedendo cosa sia esattamente Nu Jazz, noi te lo spiegheremo. In questo articolo, ti mostreremo la storia del genere e ti consiglieremo alcune delle migliori canzoni da ascoltare. Una guida completa su Nu Jazz che non puoi mancare!
Ma cominciamo con una breve biografia del genere. Il Nu Jazz è stato principalmente sviluppato a Londra e in Europa negli anni ‘90, ma ha avuto un impatto globale sulla scena musicale. Il genere rappresenta l’evoluzione dell’acid jazz e affronta molte altre influenze musicali come la soul, il funk, l’elettronica, il drum and bass e il jazz tradizionale. Una vera e propria fusione di stili che ha reso il Nu Jazz unico nel suo genere.
Se vuoi concederti un ascolto del Nu Jazz, ecco alcune delle migliori canzoni da ascoltare. Black Gold of the Sun di Nuyorican Soul è una hit degli anni ‘90 che ha reso famoso il genere. Twin Peaks di Chris Joss è un’altra canzone iconica che racchiude perfettamente lo spirito del Nu Jazz e che ti farà viaggiare nella sua ambientazione. Infine, se vuoi un'esperienza ancora più elettronica, ti consigliamo Talking with Myself di Electronic.
Ma cosa rende davvero grande il Nu Jazz? Probabilmente l’essere un genere evolutivo e rivoluzionario, in grado di stravolgere le tradizioni del jazz e portarle a un pubblico giovane. Inoltre, un altro grande vantaggio del Nu Jazz è la sua versatilità: può essere ascoltato sia in un club che in casa, così come sotto le luci soffuse di un cocktail bar. È un genere musicale che unisce passato e futuro, creando una nuova forma di arte che si situa tra jazz e elettronica.
Ma ogni genere ha anche le sue critiche. Alcuni sostengono che il Nu Jazz sia troppo sperimentale o un po' troppo freddo. Tuttavia, questi giudizi sono opinabili e soggettivi. Inoltre, non puoi capire veramente il genere finché non lo ascolti con le orecchie aperte e abbandoni i pregiudizi. Solo così potrai davvero immergerti nell’esperienza musicale del Nu Jazz.
In conclusione, il Nu Jazz rappresenta un'evoluzione naturale del jazz, che ha spesso una reputazione di esser un genere musicale per vecchi. Il Nu Jazz differisce dal jazz tradizionale perché non ha una struttura prestabilita e si fonda sull'idea di sperimentazione. Siamo convinti che, dopo aver letto questo articolo e ascoltato alcune delle nostre canzoni preferite, troverai di certo il tuo posto nel mondo del Nu Jazz. E se ancora non sei convinto, prova ad ascoltarne un po'. Ti garantiamo che non te ne pentirai!
2024-05-13

Bravo Baboon, tre ragazzi e il nu jazz italiano - intervista, prima parte

Oggi abbiamo avuto il piacere di intervistare i Bravo Baboon, trio nu jazz che fonde sperimentazione ed estro in un progetto assolutamente interessante per l'ascolto!

- Con "Humanify" e con brani come "Redwood" o anche "A Casa" ci avete ricordato un momento di ricerca musicale che ultimamente si perde nel marasma di quello che a Staimusic chiamiamo “musica fast-food”. Una interessantissima miscela di musica elettronica e jazz, da cosa nasce la doppia identità di questo progetto?
Questa doppia personalità nasce dall’esigenza di non avere dei paletti e delle etichettature che potessero porre un freno al nostro processo creativo. Da sempre il jazz ha vissuto di contaminazioni e nasce proprio dal mescolarsi di elementi sociali, di tempo, sonori e geografici. Abbiamo voluto seguire questa filosofia adattandola al nostro vissuto e al nostro tempo.

- Quali sono gli artisti che vi hanno influenzato maggiormente nel panorama musicale?
Sono diversi anche perché i gusti di noi tre sono parecchio differenti: dalla scena inglese di Kamaal Williams, Alfa mist - progetti più introspettivi in trio come i GoGo Penguin - la visione musicale senza limiti degli Hiatus Kayote - la fantasia e l’eccentricità di Thundercat unito all’elettronica (molti progetti nujazz dell’etichetta Brainfeeder) - il sound acido ma avvolgente di McCaslin, Jason Lindner e Mark Guilliana - l’hip hop e il jazz che si incontrano e dunque tutta la scena di Robert Glasper, Derrick Hodge, Chris Dave - sino ad arrivare alle ispirazioni passate con i grandi trio della storia del jazz, su tutti Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams il tutto però senza mai perdere di vista l’elemento fondamentale che ci appartiene in quanto italiani: la melodia.

- Molto belle le interruzioni glitch di "I Heard You", un pianoforte romantico spezzato da interferenze. Perché avete deciso di interrompere in questo modo il flusso dell’ascolto?
"I Heard You" nasce da un’idea di Gianluca Massetti (tastierista) ed è una storia romantica.
Un giorno lui stava suonando quel brano nella casa dei suoi parenti nelle Marche. Al piano inferiore abita sua nonna che purtroppo ha perso gran parte dell'udito ma, nonostante questo, è incredibilmente riuscita a sentire quelle note. Gianluca ha così deciso di dedicarle questo brano. La melodia era dolce, prettamente italiana, molto morbida e quasi ‘pop’. Abbiamo discusso sull’inserimento di questo outro nel disco; a me (Dario Giacovelli, bassista) la melodia piaceva ma non riuscivo ad inquadrarla in una dimensione estetica musicale di un concept album. Sentivo il bisogno di inserire qualcosa in più, suoni nuovi o veri e propri glitch. Questo ovviamente ha portato a discussioni - immaginate che non è così tipico, interrompere, rompere e distorcere un brano di pianoforte ‘classico’ - ma anche dopo un consulto con Moreno Maugliani (batterista), ci siamo trovati tutti e tre sulla stessa lunghezza d'onda e abbiamo poi deciso che quegli interventi avevano a che fare con un quadro generale più ampio, una visione musicale ibrida in tutti gli aspetti, una contaminazione che a volte può risultare acida, una sorta di ospite inatteso ma che faceva parte del nostro pensiero e della nostra persona e che quindi andava accettato anche nelle sue sfumature più tetre. Inoltre il concetto della difficoltà di ascolto legato alla storia della nonna di Gianluca è perfettamente in linea con la distruzione sonora, il disturbo e i rumori che vanno a contrastare la dolcezza melodica. Il sound design (magistralmente curato da Mauro Meddi) è diventato parte integrante della traccia, e quelle interruzioni sottolineano la nostra estetica musicale e il nostro pensiero.

- Dove porterete la vostra sperimentazione musicale nei prossimi progetti di Bravo Baboon?
Presto da dire, ora siamo concentrati su "Humanify" ma abbiamo già qualche nuova composizione e ci piacerebbe lavorare con una voce. Chi lo sa? Forse il prossimo album potrà essere completamente cantato, non ci poniamo alcun limite.

- La musica jazz vive in un sottobosco abitato da ascoltatori consapevoli, e musicisti che ne apprezzano le modulazioni e abbellimenti. A quale ascoltatore si rivolge il vostro progetto?
Il nostro progetto parte dal sottobosco ma si rivolge a tutti. Non è un ascolto complesso, il sound può avvicinare anche un giovane lontano dal mondo del jazz e la forte caratteristica melodica può richiamare anche degli ascoltatori che amano una dimensione musicale più intima. Inoltre è fondamentale capire il messaggio sociale del disco che pur non avendo dei testi (a parte il brano che dà il titolo all'album), invita a farsi delle domande personali e a riflettere su noi stessi, sul concetto di essere umani, sul rapporto con gli altri e con il nostro pianeta.

L’intervista continua nella pagina di Bravo Baboon.
Tag: Bravo Baboon, Nu Jazz, intervista, elettronica
2024-01-09

Commento semiserio al mio rapporto col nu jazz

e ci fermassimo a pensare cosa l’umanità è riuscita a tirare fuori da una lista così smilza di ingredienti, forse non ci dormiremmo neanche bene la notte: sette note per produrre tutta la musica del mondo e del tempo. Questa introduzione filosofica deriva da quello che ho pensato quando, da ignorante, mi sono accostata per la prima volta a tutta una serie di generi musicali che, ho anche scoperto in seguito, non sono quasi mai rimasti cristallizzati nella loro forma originaria, ma hanno generato una serie di “post” e “progressive” e innumerevoli altre definizioni che, mischiando sempre quelle sette note e derivandone ed alterandone le sonorità, hanno dato vita a quantitativi inimmaginabili di musica. Questo mi è successo anche con il jazz. In una famiglia che ascolta solo cantautori italiani, per lungo tempo l’idea che ti fai del jazz è quella che ti può dare la band di Scas Cat degli Aristogatti, quando dopo una serata da sballo tutti quelli che 'voglion fare il jazz' si avviano suonando allegramente per le strade e, cosa ancora più incredibile, nessuno nei dintorni fa caso al fatto che a suonare siano un manipolo di gatti. Se poi crescendo hai visto “La leggenda del pianista sull’oceano”, la battuta del film che dice “quando non sai cos’è, allora è jazz”, la nebbia anziché diradarsi s’infittisce e approfondire la questione inserendo semplicemente qualche keyword su internet non mi è mai passata per la testa.

Poi arriva lo zio esperto di musica, che compra giradischi spaziali perché, se vuoi veramente ascoltare musica, e la sua musica è proprio il jazz, quello che ti ci vuole è un vinile ed un apparecchio in grado di restituirti ogni aroma, ogni sfumatura di quell’opera. E così, all’inizio magari un po’ costretta, poi cominciandoci a prendere gusto, scopro il jazz e penso finalmente di esser arrivata alla conoscenza. Mica male, ‘sto jazz. Ma avevo dimenticato un dettaglio: l’evoluzione. Viene fuori che il jazz ha figliato il “new urban Jazz”, detto anche “nu jazz”, ed ecco come alla prima playlist di nu jazz che ascolto nella mia mente torna una nebbia che neanche nella "Luci a San Siro" di Vecchioni. Quello che ascolto è straordinario: sono voci di donne sensuali e potenti, sono brani strumentali in cui compare la musica elettronica, sono pezzi che hanno fatto tesoro del loro passato ma, restando al passo coi tempi, si sono fusi con ciò che risulta più orecchiabile all’orecchio moderno. Se non ci fosse su l’etichetta nu jazz, non diresti di starlo ascoltando. Ed ecco che il cerchio si chiude, ritorna la battuta di Max Tooney: quando non sai cos’è, allora è jazz. Nu jazz.
Tag: nu, jazz, urban, tooney

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